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18 gen 2018

Le mie "grandi" donne campana...del mondo


Avevo anche una piccola collezione di campanelle, da quelle di cristallo a quella di Delft regalatami da mio figlio Matteo, dopo il suo primo viaggio ad Amsterdan. Durante il tempo che ci è donato vivere perdiamo molte cose, e passo dopo passo ne aggiungiamo altre che vanno a fare compagnia ad oggetti che in maniera misteriosa rimangono con noi, Come diceva uno dei presocratici, hanno un'anima e ci seguono lungo il cammino,
Stamani mi serve un documento, attraverso la sala per andare verso lo scrittoio e i miei occhi si posano su tre campanelle ancora con me, le donne campana, ed è un caso che i rintocchi arrivino dalla Francia? dall' America latina con le sue maracas? e dall'India?
Mi siedo in soggiorno, riprendo in mano un lavoretto, e la mente viaggia, si le campane sono la sintesi, l'essenziale che è con me,
La campana francese, oltre ad un sentimento d'amore per molti dei suoi luoghi e bellissimi ricordi di giovinezza, mi dice libertà fraternità uguaglianza (e su questa ultima parola debbo ancora lavorare molto), la campana brasiliana mi riporta al ballo carnascialesco della vita, ma anche alla sua danza e alla musica, mentre la donna indiana suona un semplice rintocco di mistero e filosofie.Tutte e tre parlano di stile, costume, moda, la passione della mia vita.

Siamo soliti non dare valore a cose che facciamo tutti i giorni, ma sono queste le cose che trasformano noi e stanno trasformando il mondo che ci circonda.

28 ago 2017

L'energia di quella generazione

L'energia di quella generazione....quella madre, quelle zie e le loro coetanee.
A volte ci si accorge di un disagio nelle frequentazoni, di un distacco che non è razionale ma mentale, e anche se le esperienze dei tuoi sono casualmente diverse da quelle di quasi tutte le altre donne vi è sempre una energia ed una sostanza in loro che adesso non ritrovo più.
Così come sempre la mia inquietitudine mi porta lontano da casa, con molta selettività scelgo amicizie e frequentazioni, e la mia insoddisfazione aumenta...non sento la sostana delle cose, non sento la libertà mentale dal bisogno, anche chi intellettualmente ha autostima di se, è bloccato da uno snobbismo sociale a senso alternato, c'è chi snobba il lusso della bella qualità della vita e delle cose, pur non riuscendo a contare la quantità degli zeri del proprio conto in banca, o chi dichiara, pur nelle sostanziali ristrettezze,che non può fare a meno dell'estetista, parrucchiere, della borsa firmata o di un caffè all'Harris Bar (un caffè ed un te dopo cena € 40).
Donne deliziose che per gioco si riempiono la casa di pezze cinesi e di chincaglierie di gozziniana memoria "le cose belle di pessimo gusto", donne che misurano frequentazioni o l'altro sesso solo per quello che ha e non per quello che è, donne sostanzialmente fragili ed ladre di quei difetti che lamentavano agli uomini.Cosa si festeggia oggi? serve per ricordare chi siamo? o chi eravamo?
Mi ero sempre domandata che cos’avessero di speciale mia mamma, mia zia, le loro coetanee. Perché potessero avere inesauribili riserve di energie, da chi avessero imparato a fare un po’di tutto, da dove traessero il loro spirito indomito, la loro ingegnosità, la capacità di prendere in mano le redini di ogni situazione senza incertezze.Ora lo so.
 Avevo appena finito di leggere l’ultima, bella intervista alla giornalista e scrittrice Miriam Mafai su un vecchio Elle e mi ero accorta di non avere nessuno dei suoi libri. Comprai allora “Pane nero” , la storia delle Italiane tra il 1940 e il 1945. E lì imparai quello che sui libri di scuola non c’è. Perché fu proprio durante la guerra, con gli uomini al fronte, che le donne, educate dalla propaganda e dalla tradizione a essere “semplici, sobrie, affettuose, modeste”, si trovarono, loro malgrado, capofamiglia. A gestire da sole la vita e la sopravvivenza di anziani, malati, bambini e clandestini. A godere di una libertà mai conosciuta. Molte di loro riempirono le fabbriche. Per tutte si aprì l’era della ricerca affannosa di cibo e delle scelte più difficili: restare o fuggire, come fuggire, di chi fidarsi, che cosa portare con sè, come mettere al riparo i cari, i beni.Concrete e determinate, per cinque lunghi anni di fame, caos e distruzione, avrebbero inventato ricette con poco più che niente, rivoltato cappotti e ingrassato scarpe. E lavorato, scioperato, barattato, organizzato, cucinato, curato, combattuto, sparato. C’è la storia di Zita, con il fratello partigiano e il fidanzato repubblichino, e quella di Gisella, l’altoborghese che fa la spola tra i rifugiati in Svizzera per raccogliere fondi per la Resistenza, viene arrestata due volte e per quaranta giorni, nell’Italia dove le donne non hanno ancora diritto al voto, si ritrova ministro della Libera Repubblica della Val d’Ossola. C’è Lucia, che guida i tram nella Milano bombardata e ci sono le mamme che insieme organizzano, a mani nude, con coraggio e intelligenza, gli assalti ai depositi di sale, pasta, zucchero, carbone.Come racconta, senza retorica, Miriam Mafai, furono loro le uniche vincitrici di una guerra disperata. Perché, in quella parentesi di trasgressione rappresentata dalla ennesima guerra disperata. Perché, in quella parentesi di trasgressione rappresentata dalla emergenza, presero in mano, per la prima volta, in modo drammatico, il loro destino. E capirono che potevano decidere da sole: senza la tutela di padri, mariti, fidanzati.Con il ritorno alla normalità, l’orizzonte si richiude. Alla sfilata del 1° maggio del 1945, quella in cui in tutta Italia si celebrarono insieme Lavoro e Liberazione, molti partigiani non vollero le donne in corteo. Quelle stesse ragazze che, uniche ad avere il permesso di circolare in bicicletta, con il ruolo cruciale di staffette avevano permesso alla Resistenza di tessere i contatti e condividere strategie, furono allontanate. Questione di decoro: non stava bene che le donne sfilassero tra gli uomini.L’Italia della ricostruzione si riscopre subito tradizionalista e bacchettona. I reduci sono tornati, il lavoro, nelle fabbriche e negli uffici, va restituito a loro, e i giornali riprendono a consigliare: “siate miti, siate dolci, siate sottomesse”. Ma qualcosa si era mosso. Il 2 giugno del 1946 le donne italiane avrebbero votato per la prima volta. (Santini)
 Era l’altro ieri, era solo l’inizio, erano le mamme di noi che siamo mamme oggi, le nonne di chi è più giovane. E io ora finalmente so da dove vengono l’energia, l’inventiva, l’ottimismo, di mia mamma, di mia zia e delle loro coetanee.