10 ago 2018

"Senza uscire dalla porta, conoscere il mondo! Senza guardare dalla finestra, vedere la Via del cielo! Più lontano si va, meno si conosce. Perciò il Santo conosce senza viaggiare; egli nomina le cose senza vederle; egli compie senza azione."

Tao Te Ching, XLVII

1 ago 2018

NOI SIAMO LA GRECIA

Ortigia, Ellas,

NOI SIAMO LA GRECIA

Stasera ad Ortigia la sera scende placida e piena di richiami sonori: dai grandi alberi sul lungomare gli uccelli si apprestano a lasciare spazio alla notte che viene.
Non lo sentite l'eco lontana della voce di Dionisio... non avvertite il passo lento di Archimede sospeso dentro i meandri della sua mente in ricerca costante? Stasera il mare è un breve sentiero tra questa costa e l'altra immaginata, sognata, pensata. Studiata. E ' vicina la Grecia, comune lo Ionio profondo e ventoso, comuni i visi e i colori: questo è il Mediterraneo signori, la nostra fonte unica in cui si sono rispecchiati i sogni delle generazioniper millenni, Questi siamo noi e i nostri miti terribili e fanciulleschi assieme, la nostra poesia di vivere e pensare di essere eterni nel ricordo degli altri, nella letteratura degli altri.

Noi siamo la Grecia vecchio e sordo professore dei soldi mancanti, tu forse no ma noi veniamo da lì.
E’ tramontata la luna,        

e le Pleiadi;                                                      

e la notte è a metà,                                          

ed il tempo trapassa,

ed io riposo in solitudine.

E mi prende un desiderio di morire,

e di vedere le rive dell’Acheronte

coperte di rugiada, fiorite di loto.

Questa era Saffo professore (E.R.)

Sto sistemando i latifondi del mio archivio, e ritrovo la voglia di comunicare quanto di condivisibile e di bello questo elettrodomestico mi ha regalato e continua a regalarmi. Il post originale di un bellissimo blog sparito da tempo, GEOGRAFIE EMOTIVE di Enzo Rasi aveva a fronte la poesia di Saffo in greco, che non ho voluto trascrivere... trovo lontanissimo dal web il latino, anche se in ogni momento ( inconsapevoli) ne usiamo molti termini, figuriamoci il greco che per molti è incomprensibile e illeggibile come l'aramaico antico

28 lug 2018

Santa Maria La Scala

Ho avanti a me lo stesso mare, mi affaccio al piccolo belvedere e ricordo questo scritto, l'ombra che aleggia fra i pensieri verso chi sa essere portatrice di zizzania, fra quelle creuse intromesse qui, senza una apparente logica, e lontane anni luce dall'infuocata passione della lava.

Mi guardo attorno, scende la sera di quest’ennesimo stagione sui generis, adesso è l’ora di tornare dentro il mio abito e dentro la scatola di latta che mi ha portato sino a qui.
A Zafferana una granita di mandorla e poi giù, verso lo Jonio e Catania, in discesa verso la scogliera nera e acuminata che ha raccolto per millenni le voglie accese del vulcano.
Da qui, ad un paio di metri dall’acqua, i particolari si vedono bene. Cammino un po’, mi guardo in giro, il bar è aperto, la vecchia che ha il banchetto di frutta e verdura sta chiacchierando con una come lei: sottana grigia e sciarpona di lana grossa. Un caffè? Ma sì, me lo faccio anche se è il secondo della giornata, l’aria di mare mi ha svegliato del tutto.
Queste lave a colonna sono proprio uno spettacolo… “un’immensa colata lavica che nel 1669 arrivò fino al mare e, raffreddandosi, diede origine a questa immensa muraglia alta anche 80 metri sull’acqua, le strutture di basalto lavico qui rappresentate sono uniche per forma e dimensioni per la loro peculiare disposizione colonnare…”
Sarà, ma io non riesco a dimenticare la prima impressione: nero dentro l’azzurro e una particolare trasparenza cinestrina del mare, un colore grigio verde che sfuma in un rosa confetto là dove le alghe hanno dipinto il loro margine.
Il caffè è buono, il tizio che me lo ha servito fuma distratto e le due vecchie, per strada, continuano le loro chiacchiere: a S. Maria la Scala stamattina non c’è quasi nessuno e non si fa quasi niente. Perfetto. Riordinare i pensieri? Impossibile, troppa fatica e io sono pigro, molto pigro, al punto che vorrei che queste righe si scrivessero da sole e raccontassero di come la nostra vita è plasmata dal grembo naturale che ci accoglie dalla nascita, dai seni che ci allattano bambini, dal pane e dall’olio col pomodoro, dal profumo di basilico e dall’accento del dialetto che ascoltiamo quando ancora abbiamo strada davanti. Quattro passi fra il piccolo molo e gli scogli neri, una trazzera di’ mari da queste parti una creuza de ma’ mille chilometri più a nord… La musica e l’arte che sono amore e passione li fanno coagulare assieme, diventano il medesimo sentiero, la stessa placida prospettiva. Tutto questo non cambia una riga della mia vita, della mia pigrizia sostanziale; nel mio sud c’è un altro mezzogiorno, un altro alito tiepido da cui non riesco a staccarmi…nonostante la giacca e la cravatta. Nonostante la lingua italiana.

Tutto è dominato dal grande vulcano : è così immanente che puoi sentirlo anche quando non lo vedi: io abito in una città in bianco e nero, in salita verso la montagna, in discesa verso il mare. All'angolo superiore di Piazza Borgo, oggi pomeriggio, c'è il vecchio che vende gelsi neri. Quando mi fermo si alza dalle cassette di legno che gli fanno da sedia e attende la mia domanda sul prezzo. Sono cari.
- Quanti ne vuole, un chilo?-
- No, no, tre o quattro etti sono più che sufficienti. -
- Taliassi che meraviglia dutturi, i scartai io uno pi' uno....facemu 'na mezza chilata?-
Ma io sono irremovibile e lui, rassegnato, prende i piccoli frutti neri dalle vecchie ceste intrecciate di vimini e li infila in una bustina di plastica trasparente. I gelsi cominciano a stillare il loro succo nero come l'inchiostro. Stasera li metterò sopra un piatto bianco e giocherò a mangiarli uno ad uno nel difficile compito di non macchiarmi in modo indelebile.
Resterò a casa. da solo perchè voglio stare accucciato ad ascoltarmi. Non spingo più nessuna emozione da tempo : ne sono circondato. Quando ero un ragazzo e correvo a perdifiato, talvolta facevo la stessa cosa: restavo accucciato ad ascoltarmi e il mio spirito si sfilacciava in mille rivoli che mi danzavano attorno. Mi pareva così d'essere ricco a dismisura. Da qualche mese un'idea antica è tornata prepotente a bussare alla mia testa, ormai non posso più eluderla; questa sera che già comincia a scendere sarà l'occasione giusta per tutto: per i gelsi neri, per me… e per l'idea.
Basterà rimanere accucciato ad ascoltarmi: mi sembrerà di vivere più a lungo? Forse no. ( Enzo Rasi post del blog, oramai introvabile, Omologazione non richiesta)

Questo scritto conteneva due foto, una presa dal mare con l'incombente parete di roccia e l'altra una magnifica visione notturna di Iddu in eruzione, non posterò né l'una né l'altra lasciando che le sillabe volino sull'idea.

27 lug 2018

Gigi Proietti - La parola "stronzo"

Comincia la giornata con un incontro... speriamo non finisca con lo stesso incontro. 

Le favole di internet

UN ANIMA BELLA, scritti e commenti sono spunto di considerazioni per chi passa parte del giorno davanti a questo meraviglioso oggetto, di incredibile potenza e della sua magia.

Internet è magia pura, sublimazione dell’impossibile…

Però, in certe mattine silenziose ed assenti come questa, quando apro il mio blog sto bene; non devo dire a nessuno da dove vengo e dove mi dirigo.
Quello che ho scritto mi sta davanti ed io lo guardo con grande serenità.
Svaniscono le incomprensioni, le discussioni, gli asti, resto io, senza alcuna altra specificazione, così come sono.Oppure uso questo mezzo per essere altro, sognare un altra vita o sdoppiare la mia persona.
Ti da il dono dell'ubiquità. Sei in Australia e contemporaneamente a Sabaudia.
Sei sposato con prole e nello stesso tempo innamorato (s)perso perché niente cospira più dell’immediatezza del mezzo per congiungere seppur lontanissimi sospiri d’amore.
Leggo nella blogsfera :
S’ incontrarono a metà giugno ad un corso di aggiornamento farmaceutico. Entrambi titolari di farmacia, scoprirono in seguito, con amici o comunque conoscenti comuni.
Il terzo giorno del corso lui, galantemente si offerse, e già pioveva anche l’anno scorso, di accompagnarla a casa. Il quarto giorno la invitò a cena e il quinto, ultimo giorno, lei se lo porto nel suo letto.
Presto fu metà luglio, erano innamoratissimi e soprattutto inseparabili.
Chiuse le rispettive farmacie cominciava la loro estate d’amore ma .. il ma è che lui con il cuore in mano la pose di fronte ad un dilemma.
Prima di conoscerla, anzi già a marzo, con un amico avevano progettato e prenotato il mese di agosto in Australia!!!. Che fare ora? Personalmente non si sentiva di lasciarlo solo e, anche, di perdere parecchi soldi che sarebbero stati il meno rispetto alla gioia di stare insieme a lei. già e l’amico?
Ebbene lei decise generosamente che NO! Lui sarebbe partito e si sarebbero scritti ogni giorno via e-mail.
Le lettere arrivarono giorno dopo giorno con dovizia di particolari e instantanee dai canguri ai pappagalli, gli aborigeni, le spiagge assolate gioia dei surfisti, i selfie di lui con i capelli al vento, lui abbronzato, lui che le mandava un bacio.
Che meraviglia l’Australia ma come bruciava la lontananza!
Lei a distanza di qualche giorno dall’agognato ricongiungimento uscì a cena con amici ed incontrano altri amici di amici. Soliti discorsi e a un certo punto lei disse che per partire qualche giorno aspettava che lui tornasse dall’Australia.
Lui chi? … lui lui? Ma non è possibile! È a Sabaudia con la moglie!
Fu il gelo ad agosto.
Lei tornò a casa ricevette per alcuni giorni le sue lettere d’amore con il countdown dei giorni che mancavano … meno uno … ci siamo! “Arrivo stasera tardi, i bagagli, una cosa e l’altra si fa tardi vengo direttamente io da te” e il resto furono parole d’amore e di desiderio.
Attaccato alla porta trovò un foglio 4 x 4
“Parto per l’Australia. Tu torna da dove sei venuto: a Sabaudia.”
Lei poi andò davvero in Australia l’anno successivo e si rese conto che era come se ci fosse già stata.
Lui la teneva per mano, non c’era ma era come se ci fosse.
Questa è una storia vera di quelle che possono accadere soltanto in estate e soltanto se si ha una forte dose di faccia di tolla come quella di lui e la straordinaria capacità di fare affiorare e raccogliere i sentimenti migliori di una oggettivamente brutta esperienza. Lei in questo fu maestra.”
Questa è una banale storia di un uomo che evade da una routine, che sogna e si identifica con la libertà. Ma è una storia reale, "di conoscenze fisiche, quindi patetica ed ordinaria". A sollevarla dal fango della realtà internet. A dare la magia di una emozione e di una conoscenza le mail….
Io adoro internet, posso sognare e prendere per buono cosa mi fa star bene,
dietro questo monitor c’è chi mi fa sentire giovane, bella, principessa e Signora,
la mia identità acquista leggerezza, e le parole che invio o quelle che ricevo,
vengono
limate,
costruite,
studiate
affinchè l’immagine che arriva possa farmi felice, essere la migliore.
E se non fossero vere, originali, doppioni per altri mille contatti?
Quando avremmo avuto nella vita reale la possibilità di mille contatti? ed è certo:
non ci sarà mai nessuno seduto ad un ristorante che potrà dirmi, ma guarda che ciò che leggi non è vero, perchè è lì, è il mio reale virtuale, mi piace, mi fa star bene, e non mi ha solo portato in Australia,(con questo elettrodomestico ci sono stata) ma anche nell'iperuranio.

Oltre un certo confine, dove gli alberi si fanno radi e il silenzio non è più lo stesso, oltre la normale conoscenza con i suoi confortevoli limiti che parlano di senilità e limitazioni, c’è un altro territorio vastissimo e libero.
Nei suoi cieli si muovono le cose e le persone che ho amato di più nella mia vita, non chiedono conferme, non temono confronti, non giudicano, esistono per sempre, fuori dalle parole e da questo tempo che divora il tempo. Arrivare lì è l’inizio del vero viaggio”

26 lug 2018

Fabio Concato - Scrivimi

Se c’è un momento per osare, per fare la differenza,
per iniziare qualcosa che vale la pena fare, è adesso.
Non per una grande causa, ma per qualcosa che accende
il tuo cuore,
per qualcosa che è d’autentica ispirazione, per un tuo
sogno.
Lo devi a te stesso, per rendere speciale ogni tuo giorno
sulla terra.
Divertiti. Scava in profondità e riemergi. Respira la vita. Vivi
i tuoi sogni!
Cit.: Stephen Littleword – Piccole cose

25 lug 2018

Palermo è tutta ai miei piedi...

Queste sono pagine che conservo con amore, non so dove andare a rileggerle, ma ci saranno luoghi dove i più fortunati sono ammessi al piacere della lettura, della vista e dell'udito...

A PALERMO IN PRIMAVERA UN THE IN SALOTTO E IL FUTURO IN AGGUATO – ORIGINALI
di EnzoRasi
Maggio 1979.Prima di andarmene a cercare altrove quello che avevo considerato perso qui.


Dal balcone di casa mia si vede il mare; il golfo, per intero, dall'Addaura all'Aspra, l'ho sempre davanti agli occhi. E' un invito perenne a partire: non so quando lo prenderò sul serio, so soltanto d'essere diventato una corda di gomma, estensibile a piacere, adattabile a varie misure. Niente e nessuno può raggiungermi, io ho ancora paura! Trascino le mie giornate, in pratica faccio solo questo, però so darmi un tono. Sono poche le persone che sanno veramente di me, che conoscono la ferita e non scambino la mia indecisione per riservatezza.
Ho ripreso in mano i libri di medicina con risultati più miserevoli di prima: mi manca una vera motivazione e poi non sopporto più nulla dell'ambiente universitario, dalle aule ai docenti, alle lezioni, ai discorsi con i colleghi… la verità profonda è che non accetto più me stesso e ciò è estremamente pericoloso. Mi sento "giusto" solo quando trasmetto in radio, è ridicolo, a volte me ne rendo conto, ma è così. Per riempire le settimane che non passano mai ho accettato gli orari più strani e i programmi fiume: riesco a reggere un'ora e mezzo di musica progressiva e alternativa assieme a Giovanni Russo, non è cosa da poco. Mandiamo gli Area, i Led Zeppelin, Klaus Schulze… c'è un pezzo che m'intriga parecchio e si chiama "concerto per una porta e un sospiro", a me pare ciò che più si avvicina al mio modo d’essere; il vero problema sta nel fatto che non riusciamo ad infilare gli stacchetti pubblicitari fra un brano e l'altro. Dolfo Miceli ci ha detto che la dobbiamo finire con sta' camurria, che se non mettiamo la pubblicità ce ne possiamo andare a fare gli alternativi sulla spiaggia di Mondello o dentro il cesso di casa nostra! Ieri sera riunione di redazione: Giovanni ed io all'ordine del giorno ( anche se è sera?! ). Ad un certo punto, per spiegare allo zotico le obbiettive difficoltà estetiche che abbiamo col genere di musica che trasmettiamo, gli facciamo sentire un magnifico pezzo di Philips Glass in cui l'artista, per dare maggior risalto all'emozione della musica che colma lo spazio vuoto del nostro animo, nel mezzo preciso dell'ellepì lascia otto minuti di assoluto silenzio. Dolfo ci guarda sbigottito, non può credere che nella sua radio siano trasmesse cose simili. - Voi siete scemi, totalmente pazzi! Ma vi rendete conto che la gente penserà che s'è interrotto il segnale, che è crollato il palazzo, che è morto il dee jay (lo spera ardentemente ). No, non si può ragionare con stronzi del vostro calibro ( è affranto ) voi mi manderete in…-. Si è bloccato all'improvviso e adesso ci guarda con occhi inspirati, vuoi vedere che abbiamo fatto breccia nel suo animo di gretto procacciatore d'affari? - Otto minuti, avete detto. Ma è perfetto, c'è perfino un margine di tempo. Ragazzi vi ho risolto il problema! La pubblicità la piazzate tutta dentro quegli otto minuti di silenzio-. Giovanni l'ha mandato affanc…io invece, che non ho nessuna voglia di abbandonare l'ambiente, mi sono scelto un'altra fascia oraria, adesso il mio cavallo di battaglia è il notturno da Radio Elle, 100,1 megahertz di magia stereofonica!
Di notte sto bene. Prendo i dischi e vi lascio scivolare sopra la puntina; miscelo la musica dopo averla scelta, divento tutt'uno con lei. Faccio solo ciò che mi piace e, dall'ultimo piano di questo palazzo, Palermo è tutta ai miei piedi, la musica in cuffia e le luci della città che bucano il buio. Da un po'di tempo mi succede di uscire fuori da me e di osservarmi: è come se un altro uomo si materializzasse accanto a me e poi, scostandosi di qualche metro, mi scrutasse con estrema attenzione a braccia conserte. Non ha un'età definita, ma mi conosce bene: non è crudele con me ma molto esigente e, soprattutto, ha l'aria di chi conosce già il finale. Ieri notte ha messo un braccio sulle mie spalle e, mentre i Jefferson Starship attaccavano " Miracles ", mi ha detto: - Devi parlare con tua madre invece di cercare interlocutori improbabili. Ti farà bene e poi non hai altre scelte.E poi te ne devi andare, insomma è chiaro che qui hai fatto il tuo tempo e ormai giri in cerchio. Guardala bene questa città, Enzo, fissati il suo ricordo nella mente perché dovrà bastarti per lungo tempo.-



Chiacchierare con mia madre: non conosco molte altre cose più dolci e piacevoli. La osservo, mentre mi parla dei suoi anni da universitaria…penso all'enorme fortuna di mio padre. Del resto non c'è nessuno che, dopo averla conosciuta, non le ab bia voluto bene per sempre. Devo confessare che una parte di me, la più pigra e infantile, da questa casa non se n'andrebbe mai. Non sarebbe magnifico mummificarsi fra queste stanze, crogiolandosi nel lutto per il mio amore infranto?
- Ho fatto un po' di the, Enzo, te ne porto una tazza?
- Si, va bene. Così faccio una pausa con Patologia Generale-
Arriva presto con il vassoio e tutto il resto; siede di fronte a me e, come al solito, ha già messo il succo di un intero limone nella tazzina. Sono stufo di dirle che il limone lo doso io, ho il dubbio che si burli di me. A volte è ancora una ragazzina.
- A quando gli esami?- E' un po' timorosa nel chiedermelo. - Tra un mese.- Silenzio…
- Ma tu, mamma, quanto impiegavi mediamente per un esame?
- Non puoi fare questo tipo di paragoni, troppo diverse le materie e la struttura didattica degli atenei d'allora, non ti pare?
Ha detto proprio così, sembra una professoressa, in pratica esattamente quel che è; figuriamoci se non facevo la figura del cretino. Meglio cambiare argomento.
- Che anni erano quelli della tua università? - Fammi pensare…beh, subito dopo la fine della guerra, il '48-49. In facoltà eravamo quattro gatti sai. Ci si conosceva tutti, in fondo l'ambiente degli universitari era abbastanza ristretto. - Vuoi sostenere che eravate un'elite? - Si, lo eravamo…però ci mancava la coscienza sociale di esserlo, l'arroganza snobistica. Eravamo soprattutto giovani, Enzo, con una gran voglia di ridere, di amare. La guerra era ormai alle spalle.
Quando lo dice fa uno strano movimento con le mani: lo stesso di quando nomina la nonna e i fratelli che non ci sono più. - E così in quell'ambiente hai conosciuto papà, universitario come te.- Sorride, forse ha dimenticato i defunti. Lo spero, quello è un argomento terribile. Troppe ombre e ferite mai sanate, un rimpianto infinito.
- E' vero, ma l'ambiente dei primi incontri fu la Parrocchia di Via Terrasanta. C'era una bella atmosfera, avevamo grandi idee, grandi sogni. Tuo padre faceva parte di una compagnia teatrale giovanile, dovresti fartele raccontare da lui alcune cose. Ma sai che, per un po' di tempo pensai che corteggiasse una mia amica? Invece cercava lei per arrivare a me, alla fine fu quell'altra ad aprirmi gli occhi.
- Quindi trascorrevi lunghi periodi a Palermo?
- Dipendeva da varie cose, la città era bellissima allora. Tu non puoi immaginare quanto, Enzo. Oggi, beh... oggi è quasi irriconoscibile. Se sapessi cos'era passeggiare di sera fra Via Notarbartolo e Viale Libertà, il profumo nell'aria, le signore eleganti, poche macchine…
L'ascolto senza interromperla. Ha una voce musicale, in casa non c'è nessuno e noi non abbiamo altro da fare che inseguire le immagini dei nostri pensieri.
- Comunque gran parte degli amici e della mia vita era ancora legata al paese, ai compagni del liceo, ai parenti, agli amici di famiglia, Ti ricordi la signora Giannì? Abitava nella traversa dietro la Matrice, dove c'era la pasticceria di Don CocòVivona, prima del laboratorio d'orologeria di Giovannino Modica. E il dottor De Sabato? Tu l'hai conosciuto centenario, ma lui lavorò fino agli ottant'anni; lo rivedo mentre, durante la guerra, gira per il paese con il calessino per curare i feriti. Si era laureato alla regia università di Napoli, nella seconda metà dell'ottocento, a dirlo oggi sembra una cosa inventata. La moglie non l'hai conosciuta ma era un vero personaggio: la signora Totò che si piazzava davanti ai clienti del marito, dopo la visita per farli pagare perché il dottore… figuriamoci, lui se lo scordava sempre. Nella vecchia casa della nonna c'era una piccola porta che tu non puoi ricordare; metteva in comunicazione l'appartamento del dottore con il nostro. Lui così poteva venire quando voleva a visitarci, il palazzo era unico, lo sai. Poi sull'altro lato del corso, dopo la farmacia, ci abitava la vedova del pittore Gennaro Pardo. Restò vedova molto giovane, teneva sempre su un cavalletto in camera da letto…
La voce di mia madre è diventata un sottofondo: lei continuerà così a lungo ed io farò ogni tanto un cenno col capo, per non distrarla. Vorrei nasconderle che sono a spasso, per i fatti miei, per le strade di Castelvetrano; dobbiamo compiere due tragitti separati, tenendoci per mano. Su e giù per le vecchie scale della casa di mia nonna: ho nel naso gli odori, diversi piano per piano. Dallo studio fotografico, passando dal vecchio salotto, sino alla cucina, in cima a tutto. Dall'odore di sostanze chimiche in camera oscura a quello di gelsomino in salotto, per arrivare alla mitica pasta col sugo e melanzane fritte, un odore che vale un pranzo. Naturalmente nella mia mente in paese è sempre estate: il sole arroventa i marciapiedi e le cicale si sfiniscono nel loro perenne concerto. Nello studio dello zio entra un uomo minuto vestito di tutto punto:un bell'abito grigio, i pantaloni sorretti da bretelle la camicia chiara con una cravatta verde e, in fondo alla mano, un bastone leggero da passeggio col pomello d'avorio. Da come si muove si capisce che è di casa. - Professore Oliveri, sa' bbinidica. Come stiamo? La signora?- L'uomo risponde con grazia, la voce è minuta come il fisico. Si siede in poltrona con un movimento lieve ed elegante assieme, pare che non abbia peso. - Vicenzino, buongiorno. La signora sta bene…qualche piccolo acciacco. Lo zio Leone invece, lo hai sentito? Combatte, mischinu, con un brutto affanno…forse il cuore… La stagione s'è presentata molto calda, le campagne sono già assetate… Vicenzino, ma non è la figlia del commendatore Infranca quella nella foto in vetrina?- Il professore discute di queste banalità tranquillo, con un leggero sorriso sulle labbra mentre tormenta il pomello del bastone. Pian piano si esauriscono tutti gli argomenti: quelli familiari, meteorologici, di varia umanità. Resta un po' di cronaca cittadina: grande evento al Cine Teatro delle Palme, una compagnia di Palermo rappresenta"Il Trovatore" di Giuseppe Verdi. Anche il figlio del professore ha una parte nello spettacolo: meglio, una porticina nel coro… il ragazzo si farà, l'impostazione vocale è buona, per la presenza scenica bisogna lavorarci. Mentre parla, l'uomo si trasforma: i gesti diventano più ampi, anche il corpo sembra acquistare volume e gli occhi brillano felici. La lirica, il suo grande amore! Capace di trasformare una stanza qualsiasi in un palcoscenico teatrale. Una passione talmente grande da eliminare il senso del ridicolo quando inizia ad intonare un'aria dietro l'altra; mancano molte ottave d'estensione, ma non importa. Dove non arriva la voce lo soccorre il desiderio che gli brucia negli occhi, esce così dallo studio, salutando sulle ali del "Madre infelice, corro a salvarti". Resta solo un gran silenzio.
- Mamma, da quanto tempo è morto il professor Oliveri? - Da più di dieci anni credo, era molto malato…
Le trema un po' la voce. Devo stare attento con mia madre, la sua sensibilità non è più controllabile da tempo. Basta poco: una parola, un nome, certe volte un aggettivo, i volti e i ricordi prendono vita e la trascinano via.
Adesso è una sera d'agosto asciutta e piena di stelle, qualche amico si è aggiunto a noi per la passeggiata serale tra i templi dorici e lei sta chiacchierando con Pisani e la moglie. Papà li ascolta attento, ci sono anche le figlie, profumano molto e sono molto belle; Pisani si tiene accanto la bambina più piccola, quella nata inaspettatamente sei anni fa. Il professor Pisani parla e spiega con vigore da par suo la condizione di quest'ultima sua figlia e la terapia medica a cui si sta sottoponendo. La bambina segue i gesti del padre con i suoi grandi occhi neri: sorride lieve…anche quando non dovrebbe.
- La farò vedere da uno specialista di Palermo. Si risolverà, tutto si risolverà!
E' deciso, come sempre Pisani: stringe a sé la figlia ma gli occhi ed il gesto dicono altro. Raccontano un terribile tormento e una rabbia sorda per un affronto che la vita non doveva fargli. - E poi, mi deve credere, Concetta…- Abbassa il tono. - La battaglia più dura è vincere i pregiudizi della gente.- Mia madre annuisce con affetto, forse pensa, come me, che la vita ha avuto un bel coraggio ad infastidire il professore. Lui è ritto come un fuso, più alto della media, fisico da atleta con larghe spalle e vita stretta, tutto nel suo aspetto mette soggezione: il viso dai lineamenti decisi, il naso grande e affilato, quasi scolpito, i capelli mossi e brizzolati, gli occhi scuri e indagatori. Ma è la voce ciò che più imbarazza: profonda e quasi senza inflessioni dialettali per lui è un'arma terribile. Parla poco, a scatti, con frasi brevi, asciutte quanto le opinioni che esprime, dure come giudizi inappellabili. Il professore è tale per un titolo conquistato "ad honorem": ha insegnato storia dell'arte durante la guerra ma non ha mai cessato d'esercitare la sua vera professione di scultore, intagliatore del legno e quant'altro. Pisani è un'artista. Guarda il mondo con un certo distacco, il viso burbero celato in parte dal fumo azzurrino dell'immancabile sigaretta. Qualche giorno fa, sfuggito al solito sonnellino postpranzo, in un caldissimo e solitario pomeriggio d'agosto, sono arrivato sulla soglia della sua bottega artigiana. Lui mi ha guardato con un certo cipiglio, però non mi ha detto niente ed io, che sono solo un ragazzino, ho interpretato il fatto come un salvacondotto e mi sono messo a curiosare in giro. La stanza, che s'apre direttamente sulla strada è enorme: un grande emporio di sogni per la mia fantasia. Teste e busti di gesso e pietra, fregi e sculture in legno, odore di cera, di stoffe e di strane vernici, pannelli carichi di lime, scalpelli, punteruoli, raspe e un arsenale di utensili sconosciuti. In un angolo semibuio, poggiato su una lastra spessa di compensato, troneggia un grande modello in legno del tempio E di Selinunte, in avanzato stato di lavorazione. Il modello non è in vendita. Quello è l'angolo di poesia e d'eternità del Professor Pisani.
Senza rendermene conto me lo trovo dietro le spalle e mi giro a guardarlo: mentre si toglie di dosso un po' di polvere col dorso della mano sembra non accorgersi della mia presenza e sorride con gli occhi socchiusi. Quindi si accende l'ennesima sigaretta e torna al banco dell'intarsio, al mondo reale e quotidiano, quello dove la sua bambina non avrà speranza.



Il the nella tazza è quasi finito, mia madre mi guarda in silenzio ed io non posso dirle nulla perché temo che possa leggermi nel pensiero, non voglio che vi scopra Pisani, la sua bottega e la sua famiglia. Oggi è difficile allontanare la mente dal vecchio paese in collina, forse perché capisco che non ci saranno repliche di questo documentario in bianco e nero. Mio nonno diceva che niente rende meglio il carattere di un viso delle sue sfumature di bianchi, di grigi e di neri. Mio nonno era un fotografo e riempì il paese di visi, congelandoli nel rettangolo di una foto grafia; molti di essi ora dimorano, attaccati a delle lapidi, dalle parti del convento dei Cappuccini. Aveva ragione il fotografo, la brezza leggera che attraversa la grande piazza dove si affaccia il Teatro Selinus e il Palazzo Pignatelli è in bianco e nero mentre sta passando il cavaliere. Lo spazio sorride attorno a lui e non potrebbe essere altrimenti: il cavaliere Vajana ha una simpatia naturalmente fusa ad un garbo squisito. E' sempre vestito in modo impeccabile, sembra uno chansonnier francese dei primi del secolo, abito bianco immacolato, gilet,papillon, bastone da passeggio flessibile, scarpe lucide e paglietta. Non è un vecchio professore di liceo, nemmeno il notaio di famiglia, non è il farmacista e neanche il medico condotto. Il cavaliere Vajana esercita il mestiere di "apparatore", qualcosa che la nostra società, adesso, non riesce neppure a concepire. Egli cura l'addobbo ( l'apparato) delle chiese in occasione di qualsiasi cerimonia, festosa o triste: si occupa di tutto, dalle luci ai fiori agli arredi e ai tappeti. Quando è soddisfatto del suo lavoro, attraversa la navata centrale della chiesa, esce dal portale e poi rientra per godersi il colpo d'occhio. Pare che ogni cosa fili sempre liscia per lui, ma naturalmente non è così: talvolta, mentre parla o saluta, si guarda attorno con gli occhi stretti a fessura, guardingo. Si è reso perfettamente conto del nuovo corso delle cose e di come il paese non sia più lo stesso. Probabilmente avrà valutato questo nuovo progredire un fatto ineluttabile e ad esso si sia non sottomesso ma neanche opposto, semmai lo abbia un po' ridicolizzato. Per il cavaliere non vale la pena piangere sopra i bei tempi andati; di essi lui è rimasto, probabilmente, l'ultimo testimone e vuole uscire di scena con classe, senza piagnistei. Lasciare un buon ricordo, possibilmente allegro e vitale, questa è l'unica cosa da fare. Ed è appunto ciò che sta facendo, mentre attraversa la piazza vasta e assolata: un gruppo di bambini chiassosi corre appresso ad un maturo signore vestito di bianco. E' uno scherzo…o forse no ma gli si fanno più vicini: i cuccioli rischiano qualche bastonata per il loro ardire? Il signore si ferma e si mette a distribuire a piene mani caramelle con un largo sorriso, poi si muove, allunga il passo per sparire nell'aria tremolante di caldo.
Addio cavaliere; ora posso partire anch'io. Il lungo giro dei commiati è terminato. Vado altrove alla ricerca di qualcosa che m'appartenga direttamente, senza mediazioni familiari, che sia esclusivamente mio, qualcosa che mi faccia uscire da questo volano infinito di memorie.
Parto e non mi accorgo che sto fuggendo.

8 lug 2018

Vivere mille vite

Foto Strga
Non leggete, come fanno i bambini, per divertirvi, o, come gli ambiziosi, per istruirvi. No, leggete per vivere.