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6 set 2017

Amici e parenti Senatori, ma del Regno!

Quando si sta in stand-by scopri quanto è bello  vivere con lentezza, leggere, e dedicarsi ai propri hobbies. Percepisci che tutto è vacuo e ti accorgi che le cose veramente importanti sono pochissime e la principale, la più curativa è l'amore.
Sono stata assidua davanti alla Tv,mentre sferruzzavo quanto postato qui , ho visto e ascoltato mentre pensavo sia dignitoso non commentare, e prendere le distanze da tutti, ma continuo il post precedente a proposito di tipi che la nostra società non può più generare.
Oggi mi piace ricordare un vecchio amico di un mio zio, Salvatore Sanmartino,di Canicattì, avvocato ed uomo di cultura che di se stesso diceva, degradato a senatore del regno.
Era un signore di pura razza umorista che fondò una ridanciana e burlesca " SECOLARE ACCADEMIA DEL PARNASO"   egli ne era il presidente e gli diede una ironica e ridevole vita per circa un trentennio, definita allora "la più geniale satira della politica e del costume".
Dello spirito caustico di questo senatore il suo amico,  mio zio, anch'egli senatore, non meno simpatico colto e giramondo, del quale spero aver la voglia in futuro di riportare qualche spassoso aneddoto, ricordava le sue battute ben condite e una mi viene adesso in mente "guardati dal conoscere te stesso, non ci guadegneresti altro che vergogna".
Ma torniamo all'Accademia dove con solenne cerimonia venivano ammessi uomini di ogni levatura e condizione sociale,  distinti in arcadi Maggiori: quelli di umile nascita e modesti mestieri, (cocchieri, fattorini, muratori, barbieri falegnami, becchini etc etc ) mentre appartenevano agli arcadi Minori il fior fiore dei giornalisti, docenti universitari, intellettuali,  e fra questi vi era Pirandello, Romagnoli, Thilger, Gentile, Trilussa, Marinetti ed altri, tutti esilarati dal ricevere una così solenne investitura.
Un giorno Sanmartino penso di fare  l'eccezionale e stupefacente investitura di un'asina (forse scopiazzando l'imperatore Caligola che aveva proclamato senatore il suo cavallo) ed essendo in pieno ventennio fascista addobbò l'asina con un ampio mantello di orbace.
Quando gli organizzatori della cerimonia cercarono di spingere l'asina nel salone delle riunioni, pieno del pubblico e degli associati delle grandi occasioni, non ci fu verso di farla entrare, oppose tanta resistenza dimostrando un raro carattere adamantino, e non mollò, in un periodo molto accomodante, la sua determinazione neanche quando fu presa per la coda.
Così Sanmartino, ebbe modo di pronunciare un'altra sua storica frase che fece testo negli annali dell'accademia.
"Siamo felici di constatare cari signori, che questa è la prima volta che un asino si rifiuta di entrare in una accademia".
Questa famosa accademia non conferiva doni in denaro ma solo in natura recapitati personalmente dal suo presidente che si era autonominato anche "Viaggiatore-piazzista in carica perpetua".
E fu consegnando un biglietto da visita con questa dicitura che si presento a Roma in casa del Trilussa, con un cappone o tacchino, (non so di preciso) un cestone di colorita frutta di Sicilia ed un bottiglione di vino nero, dal fuoco segreto di 16 o 18 gradi, forse scuretto e raggiante di Vittoria, color d'ambra fusa e trasparente come grechetto di Noto,  dorato o dal gusto di fiore dell'Etna, o arrubinato Corvo di blasonata fama?
Vini che non dispiacevano al per nulla astemio Trilussa, di cui faceva brillare la bontà nelle riunioni di poeti ed amici... le etichette di allora spiegavano: profumato, intenso, fruttato,nobile, morbido, etereo, aristocratico, vellutato, armonico, abboccato.
Francesco Lanza diceva che essi "hanno tutti la stessa festosa cordialità della terra che li ha amorosamente filtrati attraverso i tralci".

18 ago 2017

"Bella Italia" n.1

Foto Strega Venaria Reale 2011
Da tempo era mia intenzione scrivere un post "Bella Italia", sull'orgoglio di essere italiani e su quell'Unità giovane e incompresa della nostra nazione.
Il periodo trascorso in Piemonte nel tempo dei festeggiamenti iniziati il 17 marzo 2011, è servito a "deformare" molte delle mie visioni storiche e tramutare certezze in dubbi.
Ci credereste? stamani apro il pc con l'intenzione di mettere mano a questi concetti contrastanti, sentiti e percepiti fra "italianità"  e "sicilianità" e mi imbatto in un post che cita Santo Piazzese, letto nell'ottobre del 2010, le cui visioni od analisi dovevano essere il punto di partenza di questo post.
La mia vita è cadenzata da coincidenze di radio libere che forse appartengono ad un medesimo tempo, e da giorni , sarà la serenità e l'assenza di pensieri, mi succede troppe volte di pensare a qualcosa ed averne immediato riscontro anche con persone che non vedo o sento da anni, ma anche con chi non c'è più da tempo.
Comunque stamani mi interrogavo sul comodo alibi morale di questo mio prendere distanza dalla cosa pubblica. 
Piazzese dice che Sciascia, con le esperienze del decennio successivo alla sua  morte, avrebbe parlato di "Italia Irredimibile"e rivolto alla sua Palermo, ma sopratutto a tutta la Sicilia, corregge il tiro e dice che la peculiarità dei nostri posti non è la irredimibilità ma la "elusività". 
Sono passati secoli da quando Goethe  scriveva "Senza la Sicilia, questo paese indicibilmente bello, non lascia nessuna immagine all'anima. E' in essa la chiave della storia Italiana". e ciò circa cento anni prima dell'impresa dei Mille e del "conquistatore" Garibaldi. 
Le illusioni che noi siciliani coltiviamo sul nostro star sospesi fra l'agonia e l'eccesso di vitalità, sul furore e l'indolenza, sul mosaico che siamo, sono dovute al fatto che possiamo raccontarci solo a frammenti, e  diverse angolature sono da guardare con l'obbiettività di chi deve prendere atto di una realtà che nulla ha a che vedere con i passati, intesi come verbi, sia prossimi che remoti. 
Ho sempre pensato che di comune accordo e per unità si sono traslati soldi, braccia, cervelli, e nel 2011 mi sono resa conto che non avevo mai guardato l'Italia dal nord. 
Eludere la realtà e sbracciarsi lontano da qui? non essere scomodi e lasciare che altri sottraggano?.
Allora durante i festeggiamenti pensai a Gentile, nel suo "Tramonto della cultura siciliana" a quell'isola che "stette a se, con le sue tradizioni e preclusioni", le sue rivalità e beghe municipali. Quell'Italia che unita non fu mai.
Parlo della mia terra in maniera veloce e superficiale prima di parlare della splendida Italia, di quel sentimento di appartenenza e di orgoglio che tutti gli Italiani dovrebbero avere e se manca ed esistono campanilismi o prese di partito è dovuto al fatto che non vi è conoscenza, cultura di una visione diversa da noi, non vi è accettazione del diverso, e noi fra i tanti difetti del non fare abbiamo anche il pregio del donare, vedi l'immensa civiltà di tutti gli isolani nell'accoglienza di questi giorni. 
La Sicilia ha dato scrittori di grande splendore Verga Capuana, De Roberto, Pirandello, Borgese, San Secondo, Quasimodo, Vittorini, Brancati, e su di essa passano come inavvertiti i secoli e il suo spirito e come disse un  grande austriaco, nome che non so scrivere e pronunciare (forse Hofmanstal ), "che coglie quanto di regolare ed eterno vi era in ogni cosa", e ve ne è traccia anche sui profili del paesaggio.
Non condivido e non trovo "levatura" siciliana in chi si è appropriato di grandezza non con la forza delle idee,  non con una sicilianità di pensiero, non con l'internazionalità dello scrittore, ma solo con immagini di struggente bellezza che i luoghi della Sicilia e le sue opere umane regalano.
Non confondiamo un Tomasi, un Consolo, un Camilleri la cui grandezza letteraria non spetta a me analizzare, con popolarità e visibilità  dovuta più ad immagini in movimento, a macchiette "teatrali", ad una lingua siciliana poco conosciuta.
Fine prima parte...

23 lug 2014

Avventura nel primo secolo

"Avventura nel primo secolo" finito di rileggerlo la scorsa notte, a volte mi prende il desiderio di libri che hanno lasciato un buon ricordo, e questo di Paolo Monelli per me è stata una folgorazione allora, ed un piacere rinnovato adesso.
Monelli una sera del 1954,  riceve la visita di un incaricato della sezione UDU (ufficio dei desideri umani.) per consentirgli di realizzare il desiderio di fare un viaggio nel tempo e di vivere nella Roma dei Cesari.
 Egli non potrà modificare nulla, non potrà incidere sui fatti storici,né comunicare future invenzioni ai suoi concittadini, e il suo spirito prenderà posto nel corpo di un bimbo appartenente alla gens valeria. 
IL racconto pieno di simpatici aneddoti ha una grande valenza storica, e porta anche chi lo legge alla conoscenza di una quarantina d'anni, coinvolgenti per la precisione e la ricostruzione ambientale .
Lui , Publius Valerius Monellus ci fa assistere dagli ultimi anni del governo di Augusto fino alla prudente politica estera di Tiberio, ci porta a Capri, a Baia, in Egitto in Siria, a Petra, fino alla conoscenza di Plinio il vecchio, sempre in compagnia del suo taccuino, al quale predice inutilmente la morte investito dalla tremenda nube di gas del Vesuvio.
Impossibile qui dire i riferimenti storici quelli mitologici e le considerazioni su i personaggi ed i luoghi dell'epoca. Riporto un brano tanto per farvi capire quanto vasti siano gli orizzonti descritti: "Sapevo che Hostia frequentava... Ovidio Nasone che avevo visto più volte dal libraio, presso il termopolio del portico di Nettuno, ospite onorando. Ogni volta che lo vedevo pensavo ad un misto di Cardarelli e di Bacchelli, un Cardarelli per la piega amara delle labbra, per il gesto ammonitore, col dito alzato, con cui attirava l'attenzione con quello che stava per dire, un Bacchelli per la maestà dell'incedere e le floride pieghe della pelle sulle guance, e l'aspetto di uomo fortunato, che se la faceva bene, amico dei potenti, vezzeggiato dalle donne".
 Poi ci sono le notti romane, delle matrone ma anche di Julia, nipote dell'imperatore che si racconta, e pare risponda al vero, che una sola notte infilò nel braccio della statua del nonno bel tredici corone d'alloro, tante quanti i centurioni che avevano acconsentito a soddisfarne le  sue voglie. 
Adesso con il sapore di aver vissuto 20 secoli addietro, con il ripasso della mitologia, della storia e dei sentimenti dell'epoca mi chiedo:
Che interesse può avere per un lettore una storia vecchia di duemila anni?Che segni di vita possono arrivare da un passato di 20 secoli ?Shakespeare  nella Tempesta ci avverte
“il passato è soltanto un prologo” 
il prologo della nostra vita, alla quale tutto ciò che la precede appartiene come parte indistruttibile dell’esistenza, Cesare, Antonio, Annibale. Costantino, Alessandro, e tutti gli altri anche sconosciuti siamo noi, la loro storia è la nostra storia.
Il ricordo che riusciamo a decifrarne è in sostanza il ricordo di noi stessi.
Ed è inutile obiettare che 20 secoli sono un abisso così profondo da non poter scendervi dentro. 
Ogni 100 anni si succedono tre generazioni, il mio nonno era nato nel 1861, insieme al regno d’Italia e da bimba raccontava quello che aveva sentito dal suo nonno su i Francesi ed i Borboni… l'altro nonno raccontava di quando suo padre piantò in giardino  al passaggio di Garibaldi la palma che ancora c'è.
Un filo ininterrotto dal settecento fino a me. Con questa cadenza di vita  sessanta nonni ci dividono da Annibbale o Cesare. 
Sessanta nonni soltanto. 
E che dire dei luoghi spettatori impassibili e fedeli del passato, testimoni che attendono solo di essere interrogati? Basta saper guardare e Cartagine diventa viva.Cesare e Annibbale  contemporanei nei nostri ricordi, uomini come noi che vivevano di pane, provavano desideri, assaporavano dolori, avevano bisogno di amici.