16 lug 2017

Le cose che verranno. Quando la strada per il futuro è fatta di libri.


Se siete fra quelli che in un ambiente nuovo notano subito i libri (e vanno a curiosarne i titoli), allora non dovete perdere questo film. Un racconto sulla giovinezza perduta, sul tempo che scorre, sull'elaborazione del lutto. E a questo appunto i libri servono, ad aiutarci a capire, a attribuire senso alle cose. Insomma, ad aiutarci ad andare avanti.


Le cose che verranno (L’avenir) di Mia Hansen-Love

A parte un amabile gattone nero dagli occhi gialli e una Isabella Huppert al meglio del suo meglio, il vero protagonista del fim è un imprevisto alieno; il libro, quello vero, quello di carta, straniero a molti, continuamente dato per morto ma tuttora misteriosamente vivo, a giudicare dalla sua quantità anche sbadatamente prodotta, dalla rivalità tra Saloni a lui dedicati, dalla nascita di nuovi editori.

L’avenir – Le cose che verranno è la sua celebrazione, e potrebbe turbare i cosiddetti non lettori abituati ad altre alienità, come quelle, per esempio, di Ghost in the Shell o Arrival. In questo quinto film di Mia Hansen-Løve l’appartamento parigino, la casa di vacanza sulla costa bretone, la cascina chic isolata tra le montagne del Vercors, sono invase da questi ultracorpi; hanno pareti grondanti libri, ammucchiati anche per terra e sui tavoli, in colto disordine; i personaggi stanno sempre leggendo, i quotidiani la mattina col caffè, i libri (saggi, non romanzi) sul treno, a letto, in cucina; i dialoghi familiari si occupano sia di pollo al forno che di empirismo e razionalismo, le discussioni tra amici a lume di candela vertono sul dubbio tra autorialità e antiautorialità, quelle tra insegnante e studenti sdraiati su un prato assolato, sulla differenza tra verità oggettiva e atto di fede. Vade retro?

Per niente, da un mondo che si dimentica esista davvero, ci si lascia felicemente ammaliare. Nathalie ( ovviamente la Huppert) insegna filosofia in un liceo prestigioso, da 25 anni è sposata con Heinz (André Marcon) anche lui professore, un buon marito come tanti, anche la famiglia è come tante, abitudinaria, serena, affettuosa.



Ma un giorno Heinz annuncia che se ne va, ha un’altra donna e vuole vivere con lei. «Pensavo che mi avresti amato per sempre, che cogliona» è la sola reazione di Nathalie. Sua madre (Edith Scob ) che conserva ancora i segni di una bellezza straordinaria, sprofondata nella sconfitta crudele degli anni, va ricoverata in una costosa struttura dove dopo poco muore. Improvvisamente, Nathalie non ha più una madre, un marito, i figli se ne vanno, la collana filosofica che cura, gli Adorno, gli Horkheimer, viene chiusa.

Gli scaffali della biblioteca di casa mostrano spaventosi vouti, Heinz si è preso i suoi Lévinas, i suoi Buber, i suoi Pascal; andandosene con quella preziosa fetta di vita in comune, l’ha privata molto di più che di un compagno. Un ex allievo diventato un magnifico giovanotto del tipo antipatico (Roman Kolinka ), nel senso che si è fermato all’odio per la borghesia e alla certezza della rivoluzione (tra i colti volumi del pietroso rifugio con capre e amici anarchici, c’è pure Unabomber), fa immaginare a noi anziane spettatrici che arriverà finalmente una consolazione per la nostra professoressa.

Ma sia la regista che la Huppert sono troppo itelligenti, e donne, per servirsi di questa banale, umiliante cinesoluzione. I due sono divisi dal pensiero, dalla soluzione del mondo, infatti lei non crede nella rivoluzione, non ne ha più l’età, si accontenta «di insegnare ai ragazzi come pensare con la loro testa».



Il valore del film e la sua attrattiva e anche novità è che riesce a parlare di cultura, soprattutto di filosofia (Nathalie lo attraversa leggendo La mort di Vladirnir Jankélévitch) come fosse un’avventura, un amore carnale, un sentimento trascinante, una imprescindibile ragione di vita, di consolazione, di pienezza. Ciò che lo rende ancora più interessante è che non lo ha scritto e diretto un iroso ottantenne che rimpiange i suoi tempi d’oro, quando gli intellettuali erano una casta privilegiata e leggere Le Monde e Sartre era un imperativo, ma una giovane donna di 36 anni, un’età cui si attribuiscono smanie e mete diverse da un libro di filosofia: Mia Hansen-Løve, a 17 anni interprete di film del regista francese OlivierAssayas, poi sua moglie, dice: «Non potrei vivere in un luogo privo di libri, nell’appartamento in cui sono cresciuta il lusso era costituito dalla biblioteca».

Riguardo agli attuali e futuri superpoteri dell’elettronica, è curioso che L’avenir mostri solo un paio di cellulari, che per di più funzionano male, e altrattanti pc solitari, per il resto si scrive ancora con la penna come se il pensiero la contagiasse meglio: e il bello è che non pare archeologia ma piacevole (o forse radica) chiccheria.




Mia e Isabella insieme, due generazioni lontane, raffinate, ironiche, feroci, riescono a dare un ritratto autentico di cosa significhi per una donna oltrepassare la mezza età, il perdere improvvisamente la costruzione di carte e carta della propria vita, la nebbia che l’aspetta. Nathalie si giudica e si rispetta, dice al giovanotto Fabien, «dopo i 40 anni una donna sa che la sbatteranno via. I vecchi non mi piacciono, i giovani neppure». E allo sconosciuto che l’abborda in un cinema (danno Copia conforme di Kiarostami ), dice: «Ma mi ha guardato?».

Huppert sta vivendo impavida, come dorma e come attrice, la fragilità della bellezza che si infrange impercettibilmente, giorno per giorno: Nathalie corre, corre sempre, come se chiedesse al corpo ancara adolescente di trattenere la giovinezza, è bellissima a tratti, quando assapora la libertà e le potenzialità della solitudine, a tratti è sfigurata dalle lacrime, dalla voragine del futuro: eppure quando dall’autobus scorge casualmente l’ex marito con la nuova compagna, il pianto si trasforma in riso; l’avvenire è davanti a lei, illeggibile, ma carico di cose che verranno.”"


La Repubblica – 19 aprile 2017

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