StregaBugiarda

Strega perchè ho subito l'incantesimo di una fatata gioventù, bugiarda perchè la realtà è spesso assurda e paradossale e la bugia è più verosimile.

31 mar 2015

L'irredimibile Palermo

Sono qui, a godere del regalo di un video che mi mostra la vista del golfo e la voce al mio fianco descrive ciò che i nostri occhi vedono, un momento di condivisone inaspettato e gratuito, che lascia sapori buoni e fa brillare i volti...
Aulico ricevuto da Federico II al castello di Maredolce.
Non ci vuole soltanto coraggio, ma fede per affrontare l’impossibile e ciò che all’occhio umano appare irreversibile. Dalla montagna di Gibilrossa si vede tutta Palermo e si capisce bene l'irrimediabilità di ciò che è accaduto negli ultimi cinquant’anni e l’impossibilità di riconquistare quel paradiso perduto che per duemilacinquecento anni è stata la Conca d’Oro.
Castello di Maredolce parco della Favara.

Palermo è stata la città italiana più bombardata della Seconda guerra mondiale, eppure l’ammasso informe di cemento che la sommerge ha smembrato questa città-giardino del Mediterraneo più dei bombardamenti. 
Sfigurata e strozzata come Palermo, c’è solo Napoli ed Atene, che dal Partenone offre il volto penoso e deforme di una grande tomba di calcestruzzo.
Millenni di civiltà diverse, ma rispettose di ciò che avevano trovato prima, e persino capaci di accrescerne il valore e la bellezza, sono stati bruciati nell’arco di un brevissimo mezzo secolo, da ruspe furiose e da uomini famelici e indolenti.
La Conca d’Oro di Braudel e di Goethe, dei romani, degli arabi e dei normanni non c’è più, è ridotta alla zona di Ciaculli (nemmeno tanto immacolata già venticinque anni fa, quando la attraversavo per andare a Belmonte) e allo spicchio di venticinque ettari di agrumeti della Favara-Maredolce,  una volta era un grande bacino che raccoglieva le acque delle sorgenti del monte Grifone e fertilizzava le campagne — miniere d’oro di melograni, gelsomini, anemoni, narcisi, margherite, gigli, palme, aranci, limoni — e che oggi resiste, Dio solo sa come, all’avanzata del cemento che ha divorato ormai l’ottanta per cento della fu Conca d’Oro. 
Un crimine contro l’umanità, come la distruzione dei giganteschi Buddha di Bamiyan da parte dei talebani e delle splendide città assire da parte di questi altri malati di mente dell’Isis, che nei giorni  scorsi, prima basita e poi sfogandomi in un pianto dirotto, ho visto distruggere la mia fantasia e il sentimento di meraviglia provato da ragazza quando Maria, come nella migliore fiaba orientale mi parlava di Hammurabi,  di Assurbanipal, dello stendardo di Ur, di Nabuccodonosor, di Ninive e dei suoi giardini pensili. 
La piu antica civiltà fra il Tigri e l'Eufrate, gli Ittiti, e le testimonianze loro sono andate distrutte come la più grande biblioteca del mondo allora conosciuto.
Amavo tanto il mistero ed ero così curiosa che ancora adesso mi meraviglio di me e di come quei pomeriggi siano scolpiti nella memoria, insieme a nomi, date e alle mie domande assetate di tutto.
Non fecero questo, gli arabi, musulmani, quando sbarcarono in Sicilia. Al contrario, realizzarono una vera «rivoluzione agricola», che, come scrive Giuseppe Barbera, della facoltà di Agraria dell’Università di Palermo, «fecero tesoro dell’eredità agronomica romana, e prima ancora punica e greca, aggiungendole all’universo islamico, ricco di culture scientifiche e tecniche, alimentato dalla scienza cinese e indiana, dagli antichissimi saperi della Mesopotamia e della Persia, dall’esperienza africana, dalla sapienza egizia, dalle scuole agronomiche di el Andalus».
Grazie a questa saggezza, nel primo decennio dell’anno Mille, fu possibile sbarrare il corso delle acque del monte Grifone e realizzare il lago artificiale di Favara-Maredolce e costruire l’omonimo castello che lo ornava, entrambi opera dell’emiro Giafar. E grazie alla stessa saggezza, i normanni di Ruggero II, il primo re di Sicilia, dopo aver sconfitto gli arabi e conquistato Palermo, fecero di quel lago e di quel castello da Mille e una notte il primo nucleo della città-giardino che diventerà poi Palermo.
Il castello di Favara ( fawwara , in arabo, significa sorgente) diventerà uno dei luoghi di «sollazzo» della corte normanna — crocevia di affari, piaceri, scienza, arti e di fervida vita intellettuale grazie alla frequentazione di filosofi e letterati cattolici, ebrei, musulmani —, ma anche uno dei più importanti monumenti della Palermo arabo-normanna, non secondo alla più nota Zisa, sebbene, a differenza di questa, ignorata dall’Itinerario arabo-normanno che tra qualche mese entrerà in blocco a far parte del patrimonio Unesco.
Lo splendore di Favara-Maredolce durerà fino a quando vivrà Federico II di Svevia, nipote di Ruggero II e suo degno epigono. Poi, quando gli aragonesi, nel 1328, donano il castello ai cavalieri teutonici della Magione, che ne fanno un ospedale, comincia il declino della magnifica residenza di «sollazzo» questo continuerà inarrestabile fino al XX secolo e verrà denunciato da Cesare Brandi  già nel maggio 1962. Brandi si scagliò contro «gli assurdi piani regolatori» che tre anni dopo avrebbero inaugurato il famigerato «sacco edilizio», mafioso, di Palermo, invocando una «cura pubblica» che non ci fu, non c’è e chissà se mai ci sarà. Perché oggi come allora — nonostante il restauro del castello e un fitto e bellissimo agrumeto che ha preso il posto del lago — allo scempio e all’aggressione insaziabile del cemento si oppongono, come scriveva Brandi, sempre e soltanto «pochi privati». " Tra costoro, il gruppo di lavoro, coordinato dall’architetto Lina Bellanca, della Soprintendenza dei Beni culturali e ambientali di Palermo, al quale quest’anno la Fondazione Benetton Studi Ricerche ha assegnato il XXVI premio internazionale «Carlo Scarpa per il giardino». Una scelta coraggiosa, perché la cura dei luoghi, qui, come la intendeva un grande paesaggista e filosofo come Rosario Assunto, siciliano di Caltanissetta, del quale il 28 marzo ricorre il centenario della nascita, ha grandissime probabilità di risultare vana come la fatica di Sisifo" (Corriere della Sera).
Eppure, proprio con la stessa consapevolezza di Sisifo, è una fatica che va fatta. Per ricostruire, se non i luoghi, almeno la speranza che gli uomini e ciò che resta del paesaggio — e qui è paesaggio agricolo come la natura lo ha disegnato — non vengano travolti definitivamente dall’avanzata delle costruzioni sgarrupate che sono arrivate fin sul muro del lago artificiale e persino dentro la corte del castello.
Parlare di paesaggio e di cura dei luoghi tra i quartieri di Brancaccio e Ciaculli, tra la via in cui è stato ammazzato un prete come don Pino Puglisi e quella in cui nel 1963 esplose la prima autobomba che fece sette vittime, non è un’occupazione per anime belle che inseguono un’Arcadia che non c’è. 
È invece una battaglia di civiltà, così importante da muovere un sindaco a «licenziare» il suo assessore all’Ambiente senza un perché, com’è accaduto a Giuseppe Barbera. O meglio, a causa di tre perché che sono altrettanti progetti ben precisi: una nuova inutile tangenziale, altri inutili centri commerciali, e persino un altro cimitero nel verde che resta di Ciaculli.;
Parlare di paesaggio e di cura dei luoghi nel disastro urbano di Palermo — che, è brutto dirlo, ha tutto l’aspetto di qualcosa di irredimibile — è anche l’estremo tentativo di fermare un sacco edilizio che non si è mai fermato. Ieri, per paura della mafia. Oggi, con l’alibi della mafia e la retorica dell’antimafia di professione. Un grande premio come il «Carlo Scarpa» serve. Ma poi serve anche non morire Gattopardi, ucciderlo il Gattopardo, per ritrovare l’anima di quella città-giardino che il geografo al-Idrisi celebrò ne Il libro di Ruggero e di quella Conca d’Oro che Fernand Braudel definì «paradisiaca».



08 mar 2015

Donne di seta

Tre donne, appena sbiadite da un tempo lontanissimo, reggono delicatamente il filo di una vicenda non conclusa.
Tre immagini quasi simili ad ombre, quasi protesti di magia, di un sortilegio iniziale che la Storia, per una volta ha accolto nei suoi secoli senza fare troppe domande.
La vicenda che queste donne suggeriscono ed incanta è quella della seta, 
romanzo senza intreccio o favola senza trama, 
perchè a ben guardare, la storia della seta non esiste, 
come forse neppure esiste quella dell'immagine.

Esiste semmai un mondo "intricato" di suggestioni e di fantasmi, un modo di pensare le donne della seta con catalogazione definita e definitiva.
Ecco le tre donne viste da vicino ostentano le squisite sembianze del pretesto.


Refrattaria al discorso e all'argomentazione,  la seta si apre invece all'ipotesi, alla proiezione, alla leggenda.
Sventola favole e chiede di essere sognata più che raccontata.
Tre donne:
la prima è l'Imperatrice, Hsi Ling Shih che verso la fine del terzo millennio avanti Cristo insegnò al popolo cinese come trattare il bozzolo e la seta in modo da dare alla gente seta per proteggersi dalle ferite alla testa.
La seconda è una principessa, che nel 400 avanti Cristo si invaghì di un indiano e decisa ad averlo fuggi andando da lui con semi di gelso e larve di bachi nascosti fra i capelli.
Terza infine è l'evanescente Pamphile, figlia di Plateus e inquilina di Coo.
Di lei, ci tramanda la leggenda nientemeno che Aristotele, nella sua "Storia degli animali" dove parla di un insetto "cornuto" dal quale le donne dell'isola cavano un magico filo.
E cita appunto Pamphile come colei che tutti ritengono l'inventrice del tessuto trasparente.
Da questi tre indizi al femminile, si muove l'avventura di seta, che pur incrociando i capricci dell'uomo, in fondo, gli è sempre negata.
C'è come una frattura che tiene parzialmente l'uomo, ancor oggi, lontano dalla seta.
Certo, si potrebbe scavare alle radici storiche di un tale distacco, rispolverare l'editto con cui l'imperatore Tiberio proibiva agli uomini di indossare vesti seriche, a causa della eccessiva trasparenza ed effeminatezza.
Ma non basta, io indagherei più sui ruoli, sulle figure dell'uomo e della donna, sul modo in cui queste figure si sono spartite, negli anni, il mondo e i suoi segni in un progressivo gioco delle parti.
Risalire all'istante in cui, fatalmente  la seta "tocco" alla donna, o forse semplicemente tocco "la" donna.
Da quell'istante, l'uomo rinunciò alla seta, e la seta, dal canto suo, ritenne giusto indennizzare un simile sacrificio.
Scegliendo la donna e le sue metafore, la seta donò all'uomo il desiderio e l'immaginazione:
si fece il segno di lei e quindi il sogno di lui.
Lei poteva pensare di "essere" con quel tessuto,  lui poteva pensare di "averla" allo stesso modo.
E anche la letteratura ne prese atto, a cominciare dal Petrarca e dal Boccaccio, e quando la seta sarà presente sulla pagina, si presenterà infallibilmente in compagnia di una donna.
Parole, amorose descrizioni e ammiccamenti furtivi, sempre in gara per rinnovare il senso comune - con l'aiuto- della seta.
Quel senso che vorrebbe la donna come chiaro oggetto del desiderio, che è in realtà fra le cose più oscure dell'animo umano.
Seta, impagabile scienza dell'eccesso e del superfluo. 
Giustamente temuta dai probi e dagli equilibrati che individuano in essa chances di sovversione sentimentale, la seta lascia che cresca il suo mito anche al negativo, tollera senza scomporsi l'accusa di immoralità.
Essa lascia che Seneca snoccioli le sua filippica"il serico tessuto non da assolutamente alcuna protezione né al corpo né alla modestia di chi lo porta, e nessuna donna vestita di seta potrebbe giurare di non essere nuda."

Mi piace ricordare il mito della Seta, in un giorno in cui si festeggia la donna che ammirevolmente ha lottato per la parità di diritti civili. che per secoli a lamentato comportamenti dell'uomo che adesso a fatto propri, salvo poi pretendere di essere trattata come una seta.
Ce ancora molta strada da fare, come donne abbiamo avuto tanti contentini, e non ci affrancheremo certamente,  libere e senza uomini, davanti ad una pizza l'8 marzo.
Quel poco che abbiamo conquistato però non fa neanche da contrappeso alla perdita della galanteria, di quella corte ed arte della seduzione gentile ed aristocratica, di quella meravigliosa sensazione di tutela che Uomo rispettoso ed amorevole sapeva incutere.